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L_Antonio
Odio gli indifferenti


Gli Ultimi


11 aprile 2012

Il tema è lo sviluppo

 

L’orgoglio leghista è nient’altro che un regolamento di conti interno. Al massimo uno spot rivolto ai ‘padani’. Tutt’al più le primarie di Maroni. Ma il punto è un altro. Riuscirà la Lega (o quel che ne resta) a lasciarsi dietro l’ideologia secessionista, le chiacchiere razziste sul meridione, le invettive contro Roma Ladrona, per addivenire a una maggiore sobrietà, pragmatismo, attenzione alle cose concrete, alla sana conduzione delle amministrazioni pubbliche, senza più messaggi rozzi e brutali tanto per acchiappare qualche voto e affumicare qualche mente semplice con il copricapo celtico? Ecco il punto. Quella di Maroni è vera svolta, oppure siamo ancora appesi al discutibile celodurismo? Cosa c’è dietro questo colpo di mano?

Ha ragione Provenzano oggi su l’Unità a indicare nell’ideologia del territorio e nel robinhoodismo al contrario due strutture portanti del fenomeno Lega. Due lenti sfocate che hanno proposto del Paese una visione distorta: Nord contro Sud quando il tema era invece quello dello sviluppo dell’intero Paese e degli investimenti pubblici per lo sviluppo, che sono calati dal 7,7% al 5% del PIL nel giro di pochi anni. Per mascherare questa pericolosa involuzione, la mascherata leghista di questi anni ha disseminato l’Italia di ideologia territoriale buona solo ad alimentare il particolarismo e il localismo. La cosiddetta questione settentrionale è stata ridotta a sguaiato secessionismo. Gli artigiani, i lavoratori autonomi e i piccoli imprenditori incitati alla ‘rivolta’. Tutto ciò mentre la crisi era anche crisi del Nord, che perdeva vistosamente colpi, e certo non dipendeva dai meridionali, ma da condizioni e situazioni di portata nazionale e internazionale. Tant’è che non si è messo mano al tessuto lacerato di disuguaglianze che colpivano trasversalmente nord e sud del Paese, ma si è preferito alzare il recinto settentrionale, abbandonando il sud alla depressione e alle cosche.

Oggi Maroni ripropone, almeno all’apparenza, le stesse ricette leghiste, tanto che vorrebbe aggiungere al simbolo della Lega Nord (ma potrà, visto che il Corsera dice che apparterrebbe a Berlusconi?) la scritta ‘per l’indipendenza della Padania’. Faccia pure. Ma è chiaro come il sole che per affrontare i temi fiscali, lo sviluppo zero, la crescita nulla, il disagio dei lavoratori autonomi, non bastano più le ‘sparate’ su Roma e sul Sud. Se esiste una questione settentrionale accanto a quella meridionale si agisca con avvedutezza, si assuma il Paese nella sua articolata interezza e si proponga un modello di sviluppo diverso, diffuso, omogeneo e più solido di quello che si è sgonfiato in questi anni. E soprattutto si trovino le risorse. Il tema della crescita non è solo la fase due che non arriva mai, ma è la questione di fondo, l’unico tema che davvero possa porre rimedio e dare risposte alle questioni e alle domande di un tessuto sociale frammentato e rancoroso. Anche grazie al martellamento leghista. Le chiacchiere stanno a zero, si dice a Roma. E poi le carnevalate di celti e di verde e le ampolline ci hanno francamente stancato.

Nella foto, un'iniziativa della lega per lo sviluppo. Noterete il buontempone che fa le corna a quello che già ne indossa un paio di tipo celtico.


10 aprile 2012

Il Trota

 

Si fa presto a dire Trota. Poi bisogna capire. Sforzarsi di capire. Mettetevi nei panni di questo ragazzo. Il padre è il nume tutelare della Lega. Un intoccabile. Un padreterno. Lui non ha voglia di studiare, d’accordo, forse non è nemmeno all’altezza di un libro, ma nemmeno si droga, ruba merende o si acconcia a diventare un gangster. Insomma, è un bravo ragazzo, disciamo. Ma gli basta allungare una mano per avere tutto: un diploma, una laurea, i soldi, l’automobile, un autista, persino un cervello. Capite il dramma, cribbio? Chi non ne avrebbe approfittato? Lui, peraltro, lo fa persino con basso profilo, lo fa di sottecchi, e accetta pure le prese in giro e le ironie sul suo soprannome. Va bene così. È uno sportivo, in questo senso sta al gioco. Lo fanno diventare pure consigliere regionale, penate un po’. Lui, magari, non avrebbe nemmeno voluto. Ma hanno tanto insistito: il padre, Rosi, quelli del cerchio magico. Voi avreste rifiutato? Dice: non ci capisco niente di leggi regionali, né di diritto, né di questioni serie, figurarsi di politica. Distinguo appena il verde dal rosso. Non sono daltonico. Non fa niente, ti chiami Bossi, devi accettare il fato perché sei un eroe celtico, non frignare, è la Lega bellezza.

Poi accade che salta il coperchio. Che il bancomat non poteva durare per sempre. Che prima o poi i nodi vengono al pettine, e quando si tratta di nodi politici sono cavoli, chiedere a Luigi XIV e a Maria Antonietta. Così in un breve lasso tutto finisce, o quasi. Una rovina. Persino il bodyguard si rivolta. Il bodyguard! L’Audi A6 se l’era già presa Belsito. Ora non hai nemmeno uno straccio di abbonamento al trasporto pubblico, e sei a piedi ragazzo. Anzi, non sei nemmeno più il Trota, i giornali hanno cominciato a scrivere: Renzo Bossi. Brutta faccenda. E adesso? Adesso che se la stanno prendendo come al solito con il povero Willy il fattorino, che si fa? Si va a lavorare? Non se ne parla nemmeno, il Trota mica può andare a raccogliere i pomodori al sud, assolutamente no. Che figura ci farebbe dopo tutto quel che si è detto sul meridione, i neri, i terrun, ecc. Studiare? E come, con quale cervello? L’unica è il servizio sociale. O il volontariato. Oppure l’Africa, perché no? Altri, ben più noti del Trota, hanno detto che ci sarebbero andati. Noi stiamo aspettando. E poi i soldi della Lega stanno in Tanzania, comodo no? E lì un bancomat magari si trova pure. Un bancomat che non abbia le fattezze di un autista in carne e ossa, ma sia di quelli classici, con la fessura per la carta e la cassetta da cui si ritirano i soldi. Un bancomat sobrio, silenzioso, con la sua bella privacy. Tanto la password ce l’ha Belsito, no? Basta telefonargli ed è fatta. Belsito? Già, Belsito! Oh che bestia, anzi che Trota che sono!


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20 giugno 2011

L'ombra che cammina

 

Altro che federalismo. Vogliono soltanto smembrare lo Stato, farne carne di porco per placare appetiti inversamente proporzionali al consenso nel Paese. Punto. Come se lo Stato fosse cosa loro, proprietà privata, un possesso conquistato alle elezioni con una legge ‘porcata’ (appunto). Tant’è vero che anche Caldoro vuole la sua parte, il suo bel Ministero da portare i trofeo a Napoli, una città piegata dal malgoverno, che vorrebbe invece buongoverno, non Ministeri strappati ai saldi di fine stagione (politica). È chiaro che ridotta a questi biechi termini, la lotta politica (che già di politico aveva ben poco) appare sempre più come una guerra di clan regionali, potentati locali, brandelli di un Paese divorato dal berlusconismo, venduto a peso in nome della salvezza del Capo.

Berlusconi ormai vuole solo sopravvivere a se stesso. Giungere al 2013 come sia sia. Scollinare, poi si vedrà. Evoca la parola ‘riforme’ come un mantra, una specie di formula prodigiosa da cui si spera derivi qualcosa di salvifico, di insperato. Bossi è spettro tra gli spettri, anzi figurante tra i figuranti (ma avete visto quelli con la faccia verde? nemmeno allo stadio!), in una sceneggiata che è durata sin troppo, francamente. La domanda è la solita, sempre la stessa per chi faccia politica: che fare? A questa domanda deve rispondere il centrosinistra. Non seguendo la scia della cultura berlusconiana, ma scartando, scegliendo un’altra strada. Fateci caso: il premier non risponde mai alla domanda ‘che fare’, nemmeno Bossi ieri a Pontida lo ha fatto. L’antipolitica scegli quasi sempre la melma, lavora sulla percezione delle cose, fa annunci roboanti, reclama questo o quello, ma non offre una prospettiva, piuttosto condanna se stessa all’inanità, alla mera sopravvivenza. Poi si vedrà.

Che fare, dunque. Questa domanda rimbalza ossessivamente nel nostro campo e chiede risposte al gruppo dirigente del PD. Lavoro, ricostruzione, democrazia, nuove regole, conti pubblici, sono le tappe di un altro percorso, diverso dalla sarabanda di questi mesi (anni). C’è soltanto da gettare via una zavorra maledettamente pesante, che ci trasciniamo dietro: il berlusconismo di riflesso che ci tiene alla gambe. Al populismo si risponde con la democrazia (partiti, istituzioni, cittadini che partecipano al dibattito pubblico, trasparenza, scelte serie, concrete, pochi annunci e molto pensiero strategico). Se gettiamo via il morto che cammina, il vivo ce la può fare senz’altro.


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23 maggio 2011

Ministeri Responsabili

 

Questa faccenda dei Ministeri inizia a somigliare a quella dei Responsabili e dei sottogretari. In entrambi i casi c’è di mezzo uno scambio, o qualcosa di molto simile. E siccome un posto da sottosegretario, a quanto pare, non si è negato a nessuno, anche un Ministero potrebbe rivelarsi prezioso alla bisogna. Magari non per intero, magari soltanto un pezzetto (come dice Berlusconi, un Dipartimento, ma anche un solo piano dell’edificio, un singolo ufficio, oppure la toilette, lo stanzino delle scope o la guardiola del portiere). L’estremo ‘spezzatino’ potrebbe, peraltro, aiutare il premier. Se per Milano, che è una grande città, potrebbe servire l’intero Ministero alla Semplificazione, per una città meno grande come Napoli, basterebbe una sola Unità Organizzativa di quello all’agricoltura. Per altre realtà urbane più piccole ancora, tanto per non fare torto, ci vorrebbero al massimo due stanze, tre finestre e un vaso di fiori del Ministero dei Lavori Pubblici. Se poi, a forza di distribuire molecole ministeriali a questa o quella Comunità Montana e/o condominio di VIP, verrebbe a finire la materia prima da suddividere alacremente, nell’estrema polverizzazione di edifici, funzionari e armadietti, non c’è problema. Qui dovrebbe subentrare la fantasia creativa del premier, che potrebbe inventare nuovi Ministeri (senza portafoglio e senza edificio, nonché senza impiegati e scrivanie) che potrebbero essere aggiudicati a questo o a quell’ente locale, anche sotto forma di semplice diploma. Potrebbe nascere un Ministero alla pesca della trota, oppure intitolato alle nonne e ai nonni italiani. Insomma, ci sarebbe soltanto da inventare nuovi nomi e nuove competenze. Sino all’estremo lavacro del Ministero al Bunga Bunga. Quello sì sarebbe davvero un punto di non ritorno.

Nella foto, il Ministero Responsabile


29 aprile 2011

Sghei

 

Bossi e i leghisti lo hanno detto chiaro e tondo. La guerra non va bene perché costa troppo. Nessun’altra considerazione guida i loro intendimenti. Ma quale pacifismo. Roba da terroni. Le bombe non vanno bene perché il bilancio ne risente. Se fosse gratis non ci sarebbero problemi. Anche perché Gheddafi risponde con bombe umane ‘gratuite’, costituite da migliaia di profughi che sbarcano a Lampedusa e ci costano ulteriormente. Coi soldi dell’assistenza umanitaria, ha detto Tosi, ci faremmo chissà quante cose. Bossi è stato più chiaro: la Padania paga la guerra dei terroni.

Poi vi meravigliate se, in mano alla destra, il Parlamento diventa un calciomercato, e la politica un mercimonio, e si vota a favore o contro senza nemmeno considerare ipotesi ideali o programmatiche, ma così, per solo tornaconto. Una volta la guerra era questione dirimente in politica, e la politica internazionale il capitolo numero uno. Oggi è un optional, come il climatizzatore, nemmeno decisivo peraltro: se fa caldo si spalancano i finestrini.

Le crisi si fanno sulle ronde padane magari, mai sulle cose serie. Anzi, non si fanno per niente, si minacciano e basta.


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27 aprile 2011

La macedonia

 

Forse è un inedito. O forse no. Fatto sta che oggi si può stare al governo da estranei, da separati in casa. Ognuno persegue il proprio interesse (non quello pubblico, ma il proprio), non ci si pesta i piedi, ci si scambiano i favori (io voto per le tue cose, tu per le mie, e amen), purché il livello di allarme non salga troppo, perché allora si fa una cenetta ad Arcore e l’omo campa (come si dice a Roma). Non c’è mai crisi di governo, anzi non può esserci di regola, perché si decide che non deve esserci. Quando Berlusconi dice che non c’è alternativa a questo governo, dice esattamente questo: perché farlo cadere, che si fa poi? Tanto, ognuno porta acqua al proprio mulino (il federalismo e il nord da una parte, i propri guai giudiziari dall’altra) e tutti assieme si procede verso la prossima tornata elettorale da semplici conoscenti, anzi da compagni di merenda.

Non bisogna essere Onida per capire che la cosa non può funzionare, che così si tritano le istituzioni, e la politica, e la fiducia dei cittadini. Però la nave va, come diceva Craxi parafrasando Fellini. E se la nave va, lasciala andare, aggiungeva Orietta Berti. Per quanto ancora? Ecco il punto. Per quanto ancora il ‘fuori dalle palle’ leghista andrà d’accordo con le barzellette del premier? E per quanto il popolo del nord collimerà con quello della libertà? E il bunga bunga con le gabine elettorali. E il ‘celoduro’ con i tagli al bilancio. E il processo lungo, breve, intermedio con le pacche sulle spalle e con il trota? E i Responsabili con il numero di sottosegretariati effettivamente a disposizione? Per quanto ancora faremo la guerra ma-anche no, proveremo amicizia per coloro contro cui siamo belligeranti, oppure gli spediremo indosso ‘razzi’ molto precisi (come ha detto Berlusconi) ma senza che ciò vorrà dire che li stiamo bombardando? Per quanto ancora dentro al governo ci sarà di tutto, ma proprio di tutto, come una specie di macedonia, e soprattutto tante opinioni diverse, senza che ciò produca alcun effetto politico, tipo una crisi? Per quanto tempo il voto in Parlamento sarà a-politico, ossia non dipenderà da convinzioni ideali o programmatiche, ma da interessate adesioni a questo o a quell’incarico promesso?

Per quanto tempo ancora saremo un’anomalia che rischia di diventare una regola? Una pessima regola per la democrazia?


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5 aprile 2011

Il Dio Po

 

La politica oggi è a doppio canale, soprattutto quella al governo. Da una parte, la realtà, spesso drammatica, talvolta oscura, indecifrabile, complessa. Dall’altra, messaggi e simbologie che non stanno né in cielo né in terra, tanto appaiono fuori contesto. Eppure, questo doppio canale funziona, soprattutto con l’elettorato meno avvertito. I leghisti (la base) sono quelli che la bevono di più. La Tunisia vuole soldi dal governo italiano e soprattutto non vuole rimpatri ora, in piena campagna elettorale. Questo è il livello di realtà. I ministri leghisti, invece, vorrebbero i tunisini fuori dalle palle, vorrebbero i rimpatri di massa, vorrebbero acquistare come al mercato i servizi del governo di Tunisi. Come dice Filippo Ceccarelli, sono solo cortine fumogene, nulla più, e come tali andrebbero valutate. E invece no. Gli elettori leghisti ancora ci credono (almeno spera Maroni), così come credono al Dio Po. I due livelli (realtà e ideologia) sono vecchi quanto la cultura umana. Oggi il secondo dei due termini si chiama comunicazione-politica, ma poco cambia. Sempre truffa è. Chissà che diranno i padani quando migliaia e migliaia di profughi sciameranno in Brianza alla ricerca del confine francese o, peggio, alla ricerca di un lavoro e di una casa. Sarebbe bello ascoltare i loro commenti. Purtroppo, se una forza politica non è in sintonia con i grandi problemi epocali (le migrazioni sono uno di questi) alla fine si ritrova a parlare di carabattole e a prendere in giro i proprio stessi sostenitori. Il punto è che stanno al governo. Ed è qui che la farsa diventa tragedia, non solo per i padani, ma per gli italiani nel loro complesso.

Nella foto il Mitico Thor, mezzo parente del Dio Po


9 settembre 2010

Berlusconi politico

 

Nessun crede all’appello alla responsabilità di Berlusconi, e al suo desiderio di governare per il bene del Paese. In realtà, è pronto a fare carte quarantotto di tutto, pur di restare lì, in alto, a reggere il bastone di comando. Che cosa lo frena, allora? Perché ha lasciato a Bossi l’onere di invocare le elezioni, che sono in realtà il suo campo da gioco preferito? Non c’è solo il gioco delle parti tra i due (hanno ragione Franco e Verderami sul Corsera, oggi). Anche quello, certo. Ma il punto è un altro. Oggi assistiamo davvero a un inedito: al Berlusconi politico, che allontana lo scontro, attenua i toni, auspica dentro di sé un dialogo con Casini, è pronto ad allargare la maggioranza anche solo virtualmente, anche solo per andare ad elezioni anticipate con un progetto nuovo, che veda dentro i democristiani, i centristi, in una riedizione della grande Balena Bianca di quel dì. Ecco il punto. Il Berlusconi antipolitico avrebbe sentito l’odore del sangue e dell’arena e avrebbe detto: alla pugna! Quest’ultimo Berlusconi, invece, indica la mediazione, apre il dialogo, disegna una strategia, ed è pronto a riprendere il bandolo della politica che fu democristiana.

È ovvio che la Lega non possa accettare questo giochino. “Ritorno alla politica” significa togliere armi a Bossi, portare la sua foga popolana dentro un bacino più istituzionale e più partitico, laddove la forza della Lega è invece nelle invettive e nelle parole roboanti rivolte al territorio, che è quanto di più antipolitico possa immaginarsi. Il Berlusconi politico scompagina, dunque, anche i giochi dei suoi alleati. E affronta, va detto, un piano che il non è il suo. Bisogna essere grandi e bravi per entrare nella rete di relazioni istituzionali e politiche senza restarne soffocati. Scongelare il Parlamento vuol dire rimetterlo in moto, vuol dire che non si punta più sulle leggi ad personam e i voti di fiducia, ma si riapre uno spazio di autonomia politica e istituzionale di cui non si aveva più nemmeno eco. Saprà il premier essere all’altezza di tanto? Io dico di no.

Ecco perché si riapre un po’ di spazio per il PD. Perché si riapre il cerchio della politica, appunto. E allora basta con il movimentismo di certuni, o il veltronismo di altri. Si torni a tessere reti, dialogo e alleanze, prima che il Berlusca lo faccia lui. Si operi sui soggetti del sistema, i partiti, le personalità, le aree. Sembra che il gioco finalmente ritorni in orizzontale (il dibattito istituzionale), non solo astrattamente in verticale (gli arrischiati bipartitismi). Berlusconi ci offre una chance: non ha altra scelta, e non se la sente di invocare l’ordalia elettorale (anche i sondaggi lo dissuadono, pare). Vediamo allora di non cadere nella trappola di invocare noi vocazioni maggioritarie ed elezioni proprio ora che si tratta di cucire i fili della politica in una trama che tenga davvero gli strappi e riproponga il tema del riscatto democratico. Per poi, a tempo debito, andare davvero al voto, ma finalmente con le spalle larghe.

PS Dopo aver letto l'editoriale di oggi sul Corriere di Giovanni Sartori (che dice cose sacrosante che sembrano banali, ma che in questo Paese finiscono per apparire rivoluzionarie) abbiamo pensato che in fondo anche lui non rischiava più niente, al massimo lo rottamano insieme a D'Alema e all_antonio (quale onore!). Forza Giovà!

Nella foto, Berlusconi, ancora antipolitico, propone uno scambio tra il microfono e la figurina di Pizzaballa a Walter Veltroni, che però nega categoricamente, quasi scandalizzato. No pasaran!


3 giugno 2010

Il binomio apocalittico

 

Ricordo Gianni Rodari e il gioco che proponeva per stimolare la creatività dei bambini. Lo chiamava “binomio fantastico” e consisteva nella scelta di due parole, anche semanticamente lontane, da utilizzare nella costruzione di un racconto che le assumesse a cardine della narrazione. Il giochino funzionava e i bambini davano vita a storie sempre molto originali.

Mi è venuta a mente questa cosa leggendo questo post di Debora Serracchiani. C’è una bella fetta della nuova classe dirigente del PD (composta in buona parte da quelli che si lamentano di non essere classe dirigente) che sta progressivamente riducendo il proprio campo lessicale a poche, pochissime parole, attorno alle quali costruire bei discorsi e grandi fortune politiche. Il post della Serracchiani è l’apice di questo sforzo minimalista. Il suo “binomio fantastico” si compone di due termini inflazionatissimi: “simbolico” e “nuovo” (il terzo termine da hit parade è “narrativa”, ma qui l’interprete principale è Vendola). La Serracchiani, dinanzi all’incedere leghista, si chiede in termini ultimativi e allarmati: “qual è il serbatoio simbolico cui può e dovrebbe attingere un partito riformista italiano nel ventunesimo secolo?”. Ciò perché, a suo parere, si tratterebbe di rispondere simbolo contro simbolo al “terra e comunità” della Lega. E conclude il suo post rimarcando l’esigenza assoluta di “qualcosa di terribilmente nuovo”. Non nuovo, ma “terribilmente” nuovo, in una sorta di drammatica e vertiginosa escalation del nuovismo!

Non sono uno smaliziato segretario regionale e sono pure una vecchia cariatide, ma nel mio piccolo temo che la Lega vinca al Nord per ragioni non solo simboliche, bensì politicamente e socialmente concrete, a cui bisognerebbe rispondere con la stessa tragica concretezza. Di certo, qualcosa di “terribilmente” nuovo (l’Apocalisse di San Giovanni potrebbe andare?) sposterebbe l’asse della nostra ricerca talmente avanti da produrre un senso di incertezza, precarietà, instabilità ancor più forte di quella attuale (e su cui il centrodestra già lucra abbondantemente).

Forse basterebbero, allo scopo di battere la destra, un programma politico efficace, delle risposte serie e puntuali ai problemi, un progetto capace di suscitare entusiasmo. Che ne dici Debora? E non credo affatto che si debba rispondere al “terra e comunità” della Lega invocando una specie di cupa e/o sfavillante apocalissi del nuovo. Ci vedo, a dir poco, una contraddizione. Per il resto continuiamo così, facciamoci del male. Tra un po’ per fare il segretario regionale basterà essere l’omino di Munch, quello dell’urlo. Cosa c’è di più terribile, apocalittico, simbolico e nuovo dell’angoscia che sprizza da quello spettro allampanato e indecifrabile dell’esistenza umana?


7 aprile 2010

Riforme o rivoluzione

 

Invece di baloccarci sul nuovo leader del centrosinistra (esercitazione davvero accademica, visto il tempo che manca alle politiche) o su chi abbia vinto o perso (si tratta di punti di vista, non solo di numeri in sé), sarebbe il caso di togliere lo sguardo dal proprio ombelico e di guardarsi attorno. Le urne ci hanno consegnato la vittoria della Lega e uno scenario del tutto cambiato. Oggi Bossi decide, Berlusconi può solo trattare. Anzi, fa di più, se non ve ne foste accorti: punta direttamente sulla Lega, e tenterà di leghizzare il PDL, facendo perno sulla Padania e suoi nuovi padroni (quasi) assoluti. Fini che pensa di ciò? E l’UDC? La leghizzazione fa saltare tante vecchie strategie centriste, tante rincorse moderate. Oggi c’è un’accelerazione, uno strappo. Berlusconi, d’altra parte, è tipo che non guarda in faccia a nessuno ed è pronto a cambiare idea e strategie pur di conservare il trono. Non è tipo che “contrasta” gli eventi, semmai li cavalca (o tenta di farlo, cercando di non disarcionare), come farebbe il bravo cultore di marketing. La regola del venditore è sempre la stessa: conoscere il cliente e le nuove tendenze, capire come possano essere utilizzate a proprio vantaggio, e poi una soluzione soddisfacente si trova.

La trattativa sul futuro è già aperta. L’esito è quasi scontato e preannunciato: federalismo e riforma dello Stato alle camice verdi, il tema della giustizia al Cavaliere. Oplà. Come dire: fate dell’Italia ciò che volete, io voglio il mio salvacondotto. E il PD? Probabilmente barcollerà sull’esca del semipresidenzialismo, che significa di fatto costruire una “diarchia” ai vertici dello Stato: Berlusconi al Quirinale, Tremonti (o chi per lui) al Governo. Ma non è ancora chiaro se la eventuale legge elettorale sarà a doppio turno, e come sarà possibile conciliare il forte potere centrale insito nella “diarchia” col federalismo leghista, nonché la Padania col neomeridionalismo alla Lauro. Sono problemi della destra, a cui dobbiamo guardare con attenzione, certo, ma guai a puntare solo sulle contraddizioni altrui. Serve un progetto, servono idee, serve il coraggio di enunciarle tra i cittadini. Una cosa è certa: stavolta fanno sul serio e toccherà dire dei “si” e dei “no”. Non si scappa. Le riforme ci toccano, ci provocano, chiedono risposte. Al comunismo penseremo poi. Con comodo.


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permalink | inviato da L_Antonio il 7/4/2010 alle 10:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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